Videocamere di sorveglianza, sensori e riconoscimento facciale: quanto ci osservano nella vita di tutti i giorni
USA e Israele hanno individuato la posizione di Ali Khamenei, ucciso poi in un attacco mirato, dopo avere infiltrato il sistema di videosorveglianza iraniano per mesi; ideato con la collaborazione della Cina per controllare la popolazione il sofisticato sistema ha finito per colpire il regime stesso.
E in Svizzera come siamo messi? Possiamo ancora illuderci di camminare anonimamente per le nostre strade? Sempre più spesso sui pali della luce, agli angoli dei palazzi, piccoli occhi di vetro registrano ogni movimento. Le telecamere di sorveglianza non sono più un’eccezione: sono diventate parte dell’arredo urbano.
Oltre alle videocamere comunali ci sono quelle dei supermercati, delle banche, dei parcheggi, dei condomini privati. Ogni volta che passiamo davanti a un obiettivo, lasciamo una traccia. Le immagini possono essere conservate per settimane o mesi (certe volte anni) e possono essere riviste, analizzate, confrontate.

Prendiamo per esempio alcune località del Ticino: a Lugano ci sono oltre 400 telecamere con costi che di quasi 8’000 franchi al pezzo, a Bioggio si contano 30 telecamere per 2’700 abitanti, a Morcote con 54 telecamere abbiamo una media di 1 apparecchio ogni 13 abitanti. È la situazione che si ritrova più o meno in tutti i Comuni urbani. La tragedia di Crans Montana ci ha fatto scoprire che il Comune dispone di ben 250 telecamere, che al momento del bisogno si sono rivelate inutili, essendo che nessuno ha disabilitato la cancellazione dei dati in quel caso programmata a una settimana.
Ciò mostra come la tanto paventata sicurezza possa essere inaffidabile o addirittura ritorcersi contro di noi, come successo in Iran.
Le telecamere installate in Ticino si avvalgono di provider cinesi (Hikvision) o canadesi (Aviglilon) e non si possono più considerare telecamere ma bensì sensori intelligenti, in grado di registrare immagini, suoni, conversazioni, effettuare analisi, riconoscere visi, camminata, raggruppamenti, leggere il labiale, orientarsi verso rumori sospetti, registrare immagini notturne fino a trecento metri, seguire e ingrandire soggetti o automobili scelti secondo un analisi della telecamera o attraverso un comando dell’operatore, rilevare le proporzioni del corpo, la lunghezza degli arti, eseguire profilazioni delle singole persone attraverso tutti i dati raccolti.
Anche l’involucro non scherza, con standard spesso militari che permettono di resistere a temperature estreme, polvere, acqua, grandine, umidità, graffi, corrosione, urti (atti vandalici), e rimuovono autonomamente vernici, neve, altri residui.
La domanda è dove finiscono tutti questi dati, chi può accedervi, possono essere rubati o utilizzati senza consenso?
Per quanto tempo vengono archiviate queste immagini? Perennemente? Su che server risiedono i dati per poter fare queste analisi con l’IA? Dubitiamo che Avigilon abbia “regalato” la tecnologia necessaria alle città ticinesi per poter fare l’analisi su server locali… e se così non fosse vuol dire che l’analisi delle immagini è effetuata su server remoti. “Dove sono i datacenter? chi vi ha accesso? chi ne ha la proprietà?”, sarebbe compito di tutti i cittadini interrogare la polizia e il comune a tal proposito.
La sorveglianza non si ferma alla strada. È entrata nelle nostre case, spesso con il nostro consenso. Sblocchiamo il telefono con il volto o con l’impronta digitale. È comodo, veloce, quasi magico. Ma quel volto è un dato biometrico unico, irripetibile. Se una password viene rubata, possiamo cambiarla. Il nostro viso no.

La Big Tech ha costruito servizi straordinari basati sulla raccolta e sull’analisi dei dati. Mappe che sanno dove siamo, assistenti vocali che ascoltano i nostri comandi, piattaforme social che riconoscono automaticamente le persone nelle fotografie. Ogni funzione intelligente si basa su informazioni che ci riguardano.
Anche gli oggetti di uso quotidiano sono ormai “intelligenti”: il frigorifero segnala ciò che manca, l’auto registra percorsi e stili di guida… Tutti questi dispositivi raccolgono una grande quantità di dati — orari, preferenze, spostamenti, consumi e molto altro — che vengono quasi sempre inviati a server remoti, dove sono elaborati per creare profili dettagliati, favorire l’identificazione, l’etichettatura e il miglioramento dei servizi.
Che fine fanno tutti questi dati? In parte servono a far funzionare ciò che utilizziamo. In parte vengono analizzati. Ma una gran parte va ad alimentare un’economia invisibile: quella della pubblicità mirata. Non paghiamo con denaro, ma con informazioni.
Tutto questo offre servizi secondo l’idea che più tecnologia significa più efficienza, più comfort, più controllo.
Ma ogni oggetto connesso non si limita a funzionare: osserva. Il telefono registra dove siamo, a che ora ci muoviamo, con chi comunichiamo. L’assistente vocale (es. Alexa o Siri) ascolta le nostre richieste — e per farlo deve per forza “ascoltare sempre”, registrare la nostra voce, “comprendere” ogni parola che diciamo per potersi poi attivare nel momento in cui gli diamo il comando….

Le telecamere non analizzano solo i volti, ma anche l’andatura, i comportamenti, i percorsi. Il frigorifero, l’auto, il termostato raccolgono abitudini, orari, preferenze.
Ognuno di questi dati, preso da solo, sembra innocuo. Ma aggregati raccontano chi siamo, come viviamo, cosa desideriamo, e allenano l’IA. La vera domanda allora non è solo “ci è utile?”, ma “chi controlla chi?”. Chi decide quanto raccogliere, per quanto tempo conservare, con quali limiti? La comodità non dovrebbe trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in una sorveglianza permanente e globale, cosa che sta già succedendo.
Esistono tattiche e strumenti digitali per limitare la raccolta dei nostri dati: sistemi operativi (OS) privati per desktop e mobile, impostazioni più restrittive sui telefoni, motori di ricerca che non tracciano, sistemi di messaggistica cifrata, reti private virtuali (VPN), browser orientati alla privacy, etc. Possiamo disattivare funzioni non indispensabili, negare autorizzazioni inutili alle app, scegliere dispositivi meno invasivi… o semplicemente privarci di uno smartphone, di Alexa o di un frigorifero o TV connessi ad internet!

Per quanto riguarda le telecamere di sorveglianza è un po’ più complesso. Sicuramente bisogna osservare così da sapere dove si trovano e quando possibile evitarle. Chi è esposto alle telecamere e non desidera essere profilato può utilizzare un abbigliamento che non riveli le forme e nasconda parte del volto (cappellini, cappucci, occhiali da sole); modificare la camminata rende difficile il riconoscimento automatico, esistono persino occhiali e magliette progettate per ingannare i sistemi di intelligenza artificiale (alcuni di questi articoli li trovate sul nostro shop online). Anche utilizzare denaro contante è un modo per tutelare la privacy ed evitare profilazioni.
Il Grande Occhio è diffuso, silenzioso, spesso invisibile, ma non è onnipotente. Informarsi, scegliere e proteggersi oggi è ancora possibile. Non si comincia dalla paura, ma dalla consapevolezza.
